Un interessante intervento di Angela Amato, ceo di Spazioparola su valore delle parole, un elemento importante anche nella comunicazione aziendale.
“Il vocabolario dice che la parola è un complesso di suoni organizzati – sottolinea Angela Amato ceo di Spazioparola -. Tra accenti e corrispondenze, riconduce a un’immagine, a un’origine, etimologica, che porta con sé tutta una cultura. Con il tempo si adatta, proprio come il nostro peso e le nostre forme si conforma al divano o al cuscino di casa. La trasformazione del significato fa perdere le tracce dell’originario finendo per interessare più che altro all’umanista e all’artista. Dal greco al latino, la radice del loro senso a volte si allontana, altre letteralmente si tramuta. Come è successo alla parola casino per esempio che da casa signorile di campagna a residenza padronale, da casino di caccia o di pesca che sia, nel ‘700 diventa il luogo per le cortigiane, fino a diventare dal XX secolo in poi, sinonimo di caos e confusione.
Il senso cambia e viaggia quasi quanto un piccolo pettegolezzo sa trasformarsi, con il passaparola, in uno scandalo senza ritorno”.
“Nanni Moretti – prosegue Angela Amato – diceva che le parole sono importanti. Lo sono, ma non quanto le intenzioni che ci stanno dietro. Credo che a governare la comunicazione, e ogni scambio tra persone, sia qualcosa di meno apparente. La parola è una misura del proprio pensiero e si può pensare solo con i vocaboli che si hanno a disposizione. La scarsa padronanza linguistica non conosce tempo, e non è certo una questione di studio e di lauree, conosco molte persone colte e capaci, abili oratori che non hanno avuto accesso agli studi universitari che incantano platee intere. E’ una questione di curiosità, di elasticità, di capacità di memorizzare ogni incontro come formativo.
Quest’epoca è caratterizzata dal fenomeno della mutilazione dei vocaboli.
Fra, bro e anche G. che dallo slang inglese, in una sola lettera, racconta di best friend, di un grande amico. Senza continuazione.
Oltre all’amputazione delle parole originarie, c’è il fenomeno del sequestro delle vocali.
La messaggistica ristretta alle sole consonanti, ha il senso che potrebbe avere indossare un cappotto pieno di giganteschi buchi in un inverno gelido a Yakutsk.
Si aggiunge sempre meno estensione alla nostra espressione, si pensa short e fast.
Relazionarsi con qualcosa di nuovo, che sia esso un termine, un incontro, un lavoro o uno stile, è impegnativo per come stanno andando le cose; la nostra mente vive di punti di riferimento. Il rapporto con il diverso diventa sempre più sospetto, troppo spesso degenera nella violenza che prima è interiore, poi è verbale, e pian piano diventa un esercizio di abuso fisico o emotivo.
L’abuso etimologico è un punto cruciale.
L’eccessivo utilizzo di certi vocaboli sta viziando i nostri scambi. Utilizzati come intercalari, parole pregne di valore come amore e tesoro sono diventati i nostri cioè e ovvero, i nostri sinceramente, chiaramente e ogni altro nonsense dal suono armonioso, inseriti nella costruzione della frase, non come centrali, ma come meri addobbi linguistici.
Domando a te, Amore, privativo della morte, dove hai esaurito l’impatto di secoli di letteratura struggente? Si ha l’impressione oggi di veder bruciato ogni pathos.
Mi domando se non abbiamo scelto la paura come il vero contrario dell’amore proprio come suggeriva Jung, relegando l’odio ad affare subalterno.
A proposito di sottrazione, tra gli affettuosissimi elargiti generosamente quello più interessante vive attorno a lei, a-mors, la parola più vitale del vocabolario che improvvisamente si abbrevia in amo.
Usato più spesso come vezzo fonetico che come dichiarazione esplicita di sentimento, trasmette l’idea di una specie di amore castrato. Forse tra tutte è quella più emblematica che risponde e attesta la mancanza di valore che ci diamo e che quindi non sappiamo più dare a emozioni e azioni.
Anche la parola politica è diventata tentacolare.
Politicamente corretto, prezzo politico, voto politico, sei politico, non fare il politico con me, sempre più vicino a un potere che qualcuno detiene nei confronti dell’altro, singolo, gruppo o comunità poco importata, si discosta a volte radicalmente da quello che Aristotele intendeva come polis, ovvero, amministrazione dello spazio pubblico che guarda il bene di tutti e soprattutto, partecipato da tutti. Politico è parente di diplomatico, da diploos, doppio, come il diploma, che veniva piegato in due e da cui se ne ha il nome. Di lì è diventato una branca del primo che si occupa della comunicazione tra diversi paesi.
Il valore del benessere comune che posto ha preso? Chi lo misura, chi lo ascolta, chi pesa la soddisfazione dei cittadini sull’operato politico? E se fosse diventato il regno solo del marketing? Troppo amara o solo realistica…
Concludendo, la parola è un riflesso di ciò che ci riempie: diamo valore se riconosciamo il valore dentro noi.
I vocaboli che usiamo per costruire le frasi sono i mezzi a nostra disposizione che ci permettono di esprimere chi siamo: se disponiamo di pochi termini, se quei pochi li mutiliamo, subentra un cortocircuito interiore un misto spesso inconsapevole di frustrazione, incomprensione e inevitabile solitudine.
Ho fiducia, come è accaduto spesso nella storia, che questo sia un passaggio che evoca malamente il richiamo dei tempi antichi quando le famiglie numerose per praticità, senza tanto preoccuparsi di sofisticare il nome chiamavano dei propri figli, Primo, Secondo, Settimo e Decimo, proiettando all’essenzialità di un amore espanso”.
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